Osteoporosi: cos’è, quali sono le cause e come prevenirla

1. Cos'è l'osteoporosi? ​

Osteoporosi” significa letteralmente “osso poroso” e fa riferimento all’aspetto poroso che assume il tessuto osseo quando è colpito da tale patologia. L’osteoporosi è, infatti, definita dalla Word Health Organization come un disordine sistemico dell’apparato scheletrico, dovuto ad una bassa densità minerale e al deterioramento della micro – architettura del tessuto osseo, che determina nel tempo aumento della fragilità ossea ed è prevalentemente legata all’invecchiamento.

Tale condizione, può causare, nel tempo un indebolimento delle ossa che diventano più fragili, con conseguente aumento, dunque, del rischio di frattura ossea soprattutto in sedi quali vertebre, femore, polso, omero, caviglia che segue a traumi anche minimi.

2. Epidemiologia​

In tutto il mondo 200 milioni di persone soffrono di osteoporosi. Secondo l’ultima indagine ISTAT in Italia, solo il 4,7% della popolazione totale e il 17,5% delle persone con oltre sessantacinque anni dichiara di avere questa malattia. Il risultato è simile a quello emerso dal più recente studio epidemiologico multicentrico nazionale, ESOPO, secondo cui il 23% delle donne di oltre 40 anni e il 14% degli uomini con più di 60 anni ha l’osteoporosi.

Spesso le persone non sanno di soffrire di osteoporosi in quanto tale patologia non dà segnali della sua comparsa e viene spesso diagnosticata solo a seguito di una frattura che può avvenire a seguito di una caduta anche banale. L’osteoporosi colpisce in maggioranza il genere femminile, ma è una patologia che riguarda entrambi i sessi. Le donne ne sono più soggette rispetto agli uomini (si stima in un rapporto di 4 a 1) poiché l’abbassamento dei livelli ormonali estrogenici collegato alla menopausa, è uno dei fattori di rischio maggiori per l’osteoporosi, essendo responsabile dell’accelerazione della mineralizzazione ossea.

Durante l’infanzia, le ossa crescono e si riparano molto velocemente, dai 35 anni di età in poi questo processo è molto rallentato, soprattutto nelle donne in menopausa. L’uomo è meno predisposto alla malattia per la sua struttura scheletrica più forte ma anche perché l’andropausa subentra intorno ai 70 anni. Alcuni pazienti sviluppano l’osteoporosi già a 30-40 anni a seguito di stili di vita errati o ad altre malattie associate.

3. Cause e fattori di rischio

Dal momento che la condizione di osteoporosi è causata da una alterazione del rimodellamento osseo, il quale è regolato a sua volta da ormoni, farmaci, attività fisica, patologie, le cause e i fattori di rischio che possono condurre ad uno squilibrio tra distruzione e deposizione di tessuto osseo sono vari.

Oltre alla carenza di estrogeni, tipica delle donne in menopausa, o di testosterone per gli uomini dopo i 70 anni, esistono altri fattori di rischio che possono portare all’osteoporosi:

  • Malattie infiammatorie: artrite reumatoide, la malattia di Crohn e la broncopneumopatia cronica ostruttiva (BPCO)
  • Patologie endocrine: colpiscono le ghiandole che producono ormoni, come ad esempio una iperattività della ghiandola tiroide (ipertiroidismo) o di quella paratiroidea (iperparatiroidismo): alterazioni ormonali incidono sul processo di rimodellamento osseo , promuovendo una maggior riassorbimento a scapito di deposizione di nuovo tessuto
  • Familiarità con osteoporosi
  • Assunzione prolungata di farmaci steroidei assunti per via orale, in caso di patologie come l’artrite e l’asma, che influenzano i livelli ormonali e di densità ossea
  • Patologie legate al malassorbimento intestinale (celiachia, morbo di Crohn)
  • Carenza di calcio e vitamine o malassorbimento delle stesse: tra queste in particolare la vitamina D, necessaria per consentire l’assorbimento intestinale del calcio, e la cui carenza deriva soprattutto da un’insufficiente esposizione solare
  • Uso eccessivo di alcol e fumo
  • Disturbi del comportamento alimentare (anoressia, bulimia) legati a condizioni di sovrappeso o sottopeso
  • Sedentarietà prolungata o mancanza di attività fisica regolare

4. Sintomi: come riconoscere l'osteoporosi

Questo tipo di patologia è silente in quanto nelle prime fasi, non presenta alcun tipo di sintomo. Progressivamente, possono comparire manifestazione quali:

  •  Postura incurvata
  • Statura più bassa: dovuta ad uno schiacciamento alcune vertebre
  •  Fratture da “fragilità ossea” a cui si associa dolore acuto: sono una manifestazione improvvisa di osteoporosi ma già in fase avanzata che coinvolge prevalentemente sedi corporee quali il femore, il polso, l’omero, l’anca

Per evitare che si manifesti quest’ultima condizione, è bene analizzare insieme al proprio medico i fattori di rischio associati a questa patologia e mettere in atto alcune strategie di prevenzione.

5. Patogenesi: perchè si va incontro all'osteoporosi

Da un punto di vista fisiopatologico la comparsa di questa patologia è legata ad una alterazione del processo di “rimodellamento osseo”, processo metabolico di rinnovamento del tessuto osseo che avviene fisiologicamente secondo una sequenza temporale stabilita: inizialmente gli osteoclasti, cellule del tessuto osseo deputate all’eliminazione di piccole zone di osso (riassorbimento), erodono il tessuto formando piccole cavità e liberando nel sangue calcio e altri minerali; successivamente gli osteoblasti, depongono nuovo tessuto (deposizione) riempiendo così le cavità createsi.

In un osso sano, le due fasi di riassorbimento e deposizione, di durata di 90 giorni ciascuno, si alternano ciclicamente e alla fine di ogni ciclo la quantità di osso riassorbito e quella di osso neodeposto sono in equilibrio. Se alla fine di una serie di cicli, si verifica che la quantità di osso riassorbito sia superiore alla quantità di osso formato, si va incontro ad una situazione di osteopenia (“povertà ossea”).

La vera e propria condizione di osteoporosi si instaura quando la quantità di minerali depositata nel tessuto osseo, cala oltre una certa soglia ma oltre alla riduzione della quantità di minerali presente nell’osso (densità minerale ossea), si verifica una alterazione della struttura microscopica dell’osso: l’osso, infatti , è costituito strutturalmente da cavità trabecolari , unite cioè da strutture chiamate “trabecole”, tali strutture rappresentano una struttura compatta grazie ai depositi di minerali. In un osso osteoporotico, vi è la presenza di un numero molto inferiore di trabecole e che risultano essere anche più sottili con cavità minori in numero ma molto più ampie e legate da una minore quantità di sali minerali.

La conseguenza ultima è che l’osso risulta indebolito da un punto di vista strutturale, meno compatto e più poroso quindi più fragile e più soggetto a fratturarsi.

6. Come prevenire l'osteoporosi​

Una strategia di prevenzione dell’osteoporosi è quanto mai auspicabile in quanto, trattandosi di una patologia progressiva e degenerativa, non esistono terapie in grado di risolvere completamente il problema ma solo di rallentarne la progressione. La prevenzione è tanto più efficace quanto più viene attuata fin da quando si è giovani.

Lo scheletro si sviluppa molto velocemente dall’infanzia all’adolescenza e raggiunge i livelli ottimali di densità minerale intorno ai 25 anni di età. Per questo motivo, fare prevenzione a partire da queste prime fasi di vita quando il tessuto osseo viene costruito, significa raggiungere una massa ossea adeguata e quindi ridurre il rischio di sviluppare l’osteoporosi in età adulta.

Benché, la riduzione di densità ossea e l’alterazione della micro-architettura dell’osso siano spesso condizioni indotte anche da fattori non modificabili, vi sono diverse strategie per intervenire sui fattori modificabili che ne sono la causa:

  • Fare attività fisica regolare evitando un’inattività prolungata: l’esercizio fisico, infatti, stimola l’intero metabolismo corporeo compreso quello dell’osso che quindi diventa più robusto. Preferire attività semplici come camminare o salire le scale o come la ginnastica e la danza, attività durante le quali si fa lavorare il corpo contrastando la forza di gravità.
  • Mantenere un corretto peso forma: una eccessiva magrezza implica un carico inadeguato sullo scheletro che con il passare del tempo può indebolirsi, così come una condizione di sovrappeso oltre ad essere correlata a sedentarietà, può causare una diminuzione dei livelli di vitamina D che viene inglobata nel tessuto adiposo quindi non più disponibile. Inoltre, il sovrappeso è fattore di rischio per numerose patologie quali il diabete, e patologie cardiovascolari, che predispongono esse stesse all’osteoporosi 
  • Evitare il fumo e consumo eccessivo di alcool: l’alcool, se assunto in elevate quantità, così come il fumo di tabacco, inibiscono l’attività degli osteoblasti in favore dell’attività degli osteoclasti causando disequilibrio nel metabolismo osseo, inoltre riducono la produzione di ormoni quali estrogeni e testosterone, che inducono la produzione dell’osso. L’alcool, inoltre, inibisce l’assorbimento del calcio a livello intestinale
  • Preferire un’alimentazione equilibrata che assicuri un adeguato apporto di calcio e vitamina D: La maggior parte del calcio all’interno del nostro organismo si trova nello scheletro ed è importante per avere ossa sane. Il fabbisogno medio quotidiano di calcio, Secondo la Società Italiana di Nutrizione Umana, varia in base all’età e deve essere maggiore nei ragazzi, nelle donne in gravidanza e durante l’allattamento e in post-menopausa. La vitamina D è essenziale per permettere l’assorbimento del calcio e per la mineralizzazione dell’osso. Una carenza di tale vitamina, dovuta spesso a una non esposizione solare, infatti, può compromettere la deposizione di calcio nel tessuto osseo e favorire l’insorgenza di osteoporosi.

Artrosi: cos’è e come prevenirla

1. Cos'è l'artrosi?

L’artrosi o osteoartrosi è una patologia reumatica cronica e degenerativa che interessa le articolazioni dovuta all’usura e all’invecchiamento delle stesse. É caratterizzata, inizialmente da lesioni della cartilagine articolare a cui consegue una modificazione di tutte le strutture che la compongono: tessuto osseo, capsula, legamenti, tendini e muscoli, e che in fase avanzata causa una perdita totale della funzionalità dell’articolazione stessa. 

In generale tale patologia interessa prevalentemente le sedi sottoposte a un carico corporeo maggiore come l’anca, la colonna vertebrale e le ginocchia e si manifesta con formazione di nuovo tessuto connettivo e nuovo osso intorno alla zona interessata. A seguito di tale processo degenerativo, la cartilagine che riveste le superfici ossee all’interno delle articolazioni e che ha la funzione di ridurre l’attrito tra le ossa, risulta deteriorata a causa dell’usura e perde quindi la sua caratteristica elasticità divenendo più rigida e quindi più soggetta a danneggiarsi.  Quando questa condizione peggiora, a causa di un danno importante alla cartilagine, essa perde la sua caratteristica funzione di ridurre l’attrito tra i due capi ossei, i quali, sfregando durante il movimento, provocano infiammazione accompagnata da dolore, gonfiore e rigidità. 

L’artrosi è classificata in:

  • Artrosi primaria: alterazione della cartilagine articolare in assenza di  “apparenti” cause o malattie concomitanti e può presentarsi in forma isolata in una persona altrimenti sana;

  • Artrosi secondaria: correlata ad evento o   malattia in cui il processo degenerativo è determinato da una causa o fattori estrinseci alla cartilagine che ha determinato il danno articolare (es. traumi o fattori come l’uso prolungato e ripetitivo di alcune articolazioni, il sovrappeso, infezioni o malattie metaboliche). 

2. Epidemiologia

Tale patologia interessa circa il 10 % della popolazione adulta e il 50% di coloro che hanno superato i 60 anni di età. Ha un’incidenza maggiore nelle donne con più di cinquant’anni in post-menopausa, mentre prima dei 50 anni l’artrosi colpisce ugualmente uomini e donne. 

Secondo l’Istat, l’artrosi/artrite interessa il 16,4% della popolazione risultando, insieme all’osteoporosi, tra le malattie o condizioni croniche più diffuse in Italia dopo l’ipertensione. La prevalenza di questa patologia aumenta con l’età ma presenta nette differenze di genere: è presente nella maggioranza degli esseri umani al quarantesimo anno di età e nella quasi totalità dei settantenni, con un picco di massima incidenza fra i 75 ed i 79 anni (tra gli over 75enni, il 68,2% delle donne e il 48,7% degli uomini dichiarano di soffrire di artrosi/artrite) (Istat 2013). 

Nonostante solo una minoranza degli affetti lamenti disturbi, l’osteoartrosi è di gran lunga la causa più importante di dolore e di invalidità per malattie articolari. Prima dei 45 anni è più colpito il sesso maschile, dopo tale età il sesso femminile. La prevalenza delle lesioni aumenta con l’aumentare dell’età.

3. Cause e fattori di rischio

L’artrosi è una patologia strettamente correlata all’invecchiamento e all’usura della cartilagine articolare, ma ci sono dei fattori di rischio che predispongono maggiormente alla malattia quali:

  • Familiarità: alcune malattie ereditarie come l’emocromatosi, la sindrome di Ehlers-Danlos e la sindrome di Marfan compromettono il metabolismo e/o la funzione articolare. Anche l’artrosi delle dita presenta una trasmissione familiare;
  • Sovrappeso e obesità: l’eccesso di peso a lungo andare danneggia soprattutto le articolazioni di anca, ginocchia e piede inducendo un carico eccessivo continuo in queste zone;
  • Fratture e lesioni articolari;
  • Alcuni lavori che richiedono posizioni forzate per lungo tempo e che sovraccaricano alcuni tipi di articolazioni (per es. stare inginocchiati a lungo) oppure il continuo utilizzo di alcune articolazioni (per es. le articolazioni delle dita delle mani);
  • Alcuni tipi di sport (es. il calcio): in cui si ha un’usura precoce delle cartilagini di piedi e ginocchia;
  • Malattie circolatorie che causano sanguinamento e danno nelle articolazioni
  • Alcune forme di artrite (per es. gotta, o artrite reumatoide) che danneggiano l’articolazione e la rendono più suscettibile ai danni della cartilagine.

4. Sintomi: come riconoscere l'artrosi

Tra i sintomi più comuni che possono aiutare a riconoscere questo tipo di patologia troviamo:

  • il dolore: che in genere è di tipo meccanico, il quale tende ad essere più intenso dopo l’esercizio fisico oppure quando si sovraccarica l’articolazione;
  • spesso accompagnato a “scrosci” articolari: piccoli rumori dovuti al cedimento dell’articolazione;
  • formicolio
  • intorpidimento delle aree del corpo interessate;
  • rigidità;
  • limitazione nell’utilizzo dell’articolazione

Altre manifestazioni legate all’artrosi possono riguardare le articolazioni delle mani: possono comparire delle deformazioni o nella parte terminale delle dita che prendono il nome di “noduli di Heberden” oppure nella parte iniziale (noduli di Bouchard). Alcuni dei pazienti, però non sempre manifestano questi sintomi e la patologia si rende evidente solo in seguito ad un esame radiografico.

5. Patogenesi: perchè si va incontro all'artrosi

Ci sono ad oggi diverse ipotesi sul processo fisiopatologico che porta all’osteoartrosi. In condizioni fisiologiche normali l’articolazione può essere considerata un microambiente in cui le varie strutture che lo compongono (la cartilagine, capsula, liquido sinoviale, osso) presentano una configurazione anatomica complementare e assicurano una perfetta integrazione biomeccanica. Per molto tempo si è ritenuto che sia nel caso in cui un’articolazione normale sia sottoposta ad un trauma o sollecitazione esterna troppo intensa, sia quando un’articolazione già compromessa (a causa di anomalie del collagene o a causa di una alterazione dei condrociti) sia sottoposta ad una sollecitazione normale, la sola struttura a risentirne fosse la cartilagine articolare: inizialmente l’insulto esterno stimola i condrociti, le cellule del tessuto osseo deputate alla degradazione della matrice ossea nel processo di rimodellamento, a degradare la cartilagine formando detriti cartilaginei che inducono il liquido sinoviale alla fagocitosi di questi ultimi dando avvio al processo infiammatorio con rilascio di citochine pro-infiammatorie (es. IL 1-beta) le quali, a loro volta, vanno ad alimentare e ad amplificare ulteriormente il processo infiammatorio, responsabile di una sempre maggiore sollecitazione dell’osso che reagisce ispessendosi e formando osteofiti. Questa condizione è accompagnata da dolore, gonfiore e rigidità articolare.

Nel corso del tempo, molti studi hanno dimostrato un coinvolgimento dei muscoli scheletrici nella fisiopatologia dell’artrosi.  Le disfunzioni motorie (es. debolezza) e sensoriali (es. diminuito tono propriocettivo) a loro carico hanno, infatti, un ruolo assolutamente determinante, sia come fattori di innesco che come meccanismi sottostanti a sintomi conclamati (es. dolore ed invalidità funzionale). Se in passato ci si era focalizzati solo su cartilagine ed osso come strutture coinvolte, non tenendo conto delle serie conseguenze a carico dei muscoli periarticolari, oggi non è più così.  I muscoli hanno funzioni motorie estremamente importanti, sono responsabili del movimento, conferiscono stabilità e proteggono da movimenti bruschi e dissipano il carico eccessivo durante l’andatura. Inoltre, i muscoli hanno una funzione sensoriale che contribuisce al mantenimento della posizione del corpo e del movimento. Per poter funzionare in modo ottimale, un muscolo deve essere forte, integro e non affaticato. 

Alcuni studi più recenti hanno dimostrato una stretta relazione tra debolezza muscolare e processo artrosico: una condizione di riduzione di volume e degenerazione funzionale dei muscoli (come nel caso dell’atrofia muscolare) da un lato può essere conseguenza del disuso dell’articolazione e del processo infiammatorio alla base dell’osteoartrosi, dall’altro, la debolezza muscolare stessa può essere considerata un fattore di rischio per lo sviluppo e la progressione dell’artrosi.

L’invecchiamento, i traumi, i sovraccarichi funzionali, sono tutti fattori che possono causare, in prima battuta, una disfunzione muscolare sensitivo-motoria, alla base della compromissione di quei riflessi neuromuscolari che proteggono l’articolazione ed assorbono gli shock di varia natura che su di essa si concentrano. La disfunzione dei muscoli sensomotori dovuta all’età, l’affaticamento, un debole trauma precedente, o un input sensoriale anormale sulla cartilagine, o riflessi neuromuscolari alterati possono portare ad una riduzione della capacità di assorbimento degli urti che a loro volta causano un eccessivo e rapido carico articolare durante il movimento. Tutto questo induce microtraumi e logoramento della cartilagine con successive microfratture e sclerosi dell’osso subcondrale, caratteristica visibile radiologicamente nell’osteoartrosi

6. Come prevenire l'artrosi

Per prevenire l’aumento del tasso di artrosi derivanti dall’invecchiamento della popolazione è necessario attuare strategie di prevenzione primaria e secondaria. Le prime hanno lo scopo di prevenire l’insorgenza della malattia; le seconde, invece, comprendono l’individuazione e il trattamento dei fattori di rischio per evitare la progressione in soggetti già a rischio. Appartengono all’una e all’altra categoria:

  • Trattamento dell’obesità: Oggi il tasso di obesità sull’intera popolazione sta aumentando a causa di una scorretta alimentazione e di una eccessiva sedentarietà. Per coloro che associano alla dieta l’esercizio fisico, la percentuale di mantenimento della perdita di peso aumenta. Il controllo del peso aiuta a ridurre il carico sulle articolazioni.
  • Praticare attività fisica ed evitare la sedentarietà: l’attività fisica moderata è utile per mantenere un buon tono muscolare, l’inattività, al contrario può indebolire i muscoli, rende le articolazioni più rigide e danneggia l’equilibrio oltre a ridurre la tolleranza al dolore. Esercizi di stretching mantengono un buon movimento articolare.
  • Evitare sforzi eccessivi e prevenire le complicanze da traumi: un iper-uso articolare, sottoponendo le articolazioni ad eccessivo e ripetitivo carico di lavoro, conduce ad un’usura articolare a causa di uno stress troppo intenso.
  • Seguire una dieta equilibrata: alcuni alimenti, presenti con costanza nell’alimentazione, possono aiutare a combattere l’infiammazione e riducono lo stress ossidativo dei tessuti in generale e quindi anche delle cartilagini: verdura cruda o cotta a vapore, semi di lino e di zucca, frutta fresca di stagione, frutta a guscio, legumi, yogurt,   formaggi meglio se di pecora e di capra ma consumati in piccole quantità, pesce, uova.  É necessario contenere il consumo di carne, di superalcolici e dolciumi.

Bibliografia

La fragilità ossea

Fragilità ossea

1. Cos’è la fragilità ossea?

Con il termine fragilità ossea si fa riferimento alla maggiore predisposizione dell’osso a rompersi.

Si definisce frattura da fragilità, infatti, quella che avviene spontaneamente, senza una causa evidente (esempio un trauma importante) alla cui base c’è invece la ridotta resistenza dello scheletro.

Le cause dell’aumentata fragilità scheletrica sono attribuibili a fattori diversi che in parte non sono modificabili, ad esempio l’invecchiamento o a fattori genetici (esempio osteogenesi imperfetta) ed in parte sono correggibili, esempio abitudini e comportamenti scorretti  .

Da un punto di vista fisiopatologico, la fragilità ossea è  collegata ad una progressiva diminuzione della quantità e/o della qualità del tessuto osseo che diventa così più sottile e poroso (osteoporosi), situazione asintomatica fino al manifestarsi di una frattura da fragilità. Oggi è sempre più diffusa in quanto strettamente legata all’invecchiamento della popolazione.

Quando una persona viene colpita da una prima frattura da fragilità ha un rischio cinque volte maggiore di subire una seconda frattura entro i successivi 2 anni. La frattura da fragilità è causata dalla rottura di un osso fragile del nostro scheletro e si differenzia da quella da trauma perché non è causata da un evento tale da giustificare una simile lesione. A rompersi infatti non è un osso sano ma sono segmenti indeboliti, di frequente a seguito di un processo osteoporotico, ma non solo. Si tratta di una frattura risultante da forze meccaniche che normalmente non potrebbero a causare una simile lesione. Tali lesioni, si verificano in modo spontaneo, a causa di piccoli traumi o perfino del solo peso corporeo. Può dunque avvenire ad esempio per una caduta dalla posizione eretta o da una sedia o al sollevamento di un peso banale, oppure addirittura a causa del carico del peso corporeo sullo scheletro.

Colpisce più di frequente vertebre, collo del femore, avambraccio/epifisi distale del radio (polso), testa dell’omero e bacino.

Alcuni dei sintomi delle fratture da fragilità sono proprio il dolore e l’affaticamento ed è per questo motivo che la fragilità ossea rappresenta un grave ostacolo all’invecchiamento in buona salute, che può compromettere la qualità di vita dei 4 milioni di persone che convivono con l’osteoporosi in Italia.

2. Epidemiologia

Almeno una donna su 3 e un uomo su 5 sopra i 50 anni, svilupperà nel corso della vita, una frattura da fragilità.

Le fratture da fragilità rappresentano un problema emergente di salute pubblica, soprattutto a causa dell’incremento della longevità della popolazione: l’età avanzata è infatti correlata a maggiore rischio.

Si stima che la fragilità ossea provochi nel mondo 8,9 milioni di fratture negli uomini e nelle donne all’anno. Questo vuol dire che ogni 3 secondi si verifica una frattura da fragilità anche a seguito di lievi sollecitazioni. Anche in Italia la fragilità ossea sta diventando una vera e propria emergenza se si pensa che 4 milioni di italiani con età superiore ai 50 anni sono colpiti da osteoporosi (3,2 milioni le donne un evento 0,8 milioni gli uomini) gran parte dei quali hanno già subito un evento fratturativo. Spesso la percezione del pericolo è inadeguata: va sottolineato che, dal punto di vista epidemiologico, in Europa la probabilità di incorrere in una frattura da fragilità nel corso della vita (es. frattura dell’anca) è 10-23% nelle donne e 6-14% negli uomini.

Il rischio di subire una frattura da fragilità nelle donne italiane, con età superiore ai 50 anni, è del 34% rispetto al 31% della media europea, negli uomini del 16% rispetto al 14% della media europea. Inoltre, il 75% delle donne non ricevono il trattamento farmacologico, a seguito di una frattura da fragilità. Questi numeri, così come l’incidenza delle fratture da fragilità, sono destinati a crescere entro il 2030, quando la popolazione italiana conterà il maggior numero di anziani, con pesanti conseguenze anche sul Sistema sanitario nazionale.

Ad oggi, le fratture da fragilità generano costi sanitari per 9,4 miliardi di euro, con un aumento stimato del +26,2% nei prossimi 10 anni. (Report IOF)

3. Cause e fattori di rischio

La frattura di fragilità spesso, ma non sempre, coincide con la condizione di osteoporosi.

Sono colpite da fratture di fragilità anche persone senza tale patologia, questo perché l’osso può essere vicino alla normalità dal punto di vista della densità minerale ma compromesso dal punto di vista qualitativo. Tuttavia l’osteoporosi rimane tra i principali fattori di rischio per le fratture da fragilità ossea.

L’osteoporosi è definita dalla World Health Organization come un disordine scheletrico sistemico, caratterizzato da compromissione della resistenza ossea che predispone a un aumento di fragilità scheletrica e quindi a rischio di frattura. Si tratta di un’alterazione della quantità e della qualità del tessuto osseo. È una condizione dell’osso che può avere origini genetiche o comparire nel corso della nostra vita a causa di vari fattori.

Un primo segnale è la riduzione della densità minerale ossea, che è in grado di predire il rischio di frattura. Le donne sono più soggette rispetto agli uomini in quanto questa condizione è correlata alla diminuzione degli estrogeni a seguito dell’arrivo della menopausa che accelera la perdita dell’osso ma è una patologia che riguarda entrambi i sessi. L’uomo è meno predisposto alla malattia in quanto la sua struttura scheletrica è piu’ forte, inoltre l’andropausa è piu’ tardiva arrivando intorno ai 70 anni. Nelle donne tra i 50 e gli 80 anni, in seguito alla prima frattura da fragilità il rischio di subire una successiva frattura entro il primo anno è cinque volte superiore rispetto alle donne che non hanno subito alcuna frattura (report IOS). Tale rischio è più alto nei primi 2 anni successivi a una frattura iniziale, in cui esiste il rischio imminente di un’altra frattura nello stesso sito o in altri siti.

Fattori di rischio piu’ comuni per le fratture da fragilità, oltre all’osteoporosi, sono:

  • età avanzata: piu’ di 50 anni per l’uomo
  • sesso femminile: periodo post-menopausa
  • Bassa densità minerale ossea
  • precedenti fratture da fragilità
  • familiarità per osteoporosi e per la frattura dell’anca
  • ridotto introito alimentare di calcio
  • elevato introito alimentare di sodio e/o caffeina
  • abuso di alcool
  • tabagismo
  • ridotta attività fisica e immobilità prolungata
  • sovrappeso o sottopeso
  • Carenze nutrizionali di vitamine (ad esempio vitamina D), proteine, minerali
  • Assunzione per lunghi periodi di farmaci quali i corticosteroidi, anti-estrogeni, antiandrogenici
  • malattie associate

4. Patogenesi: perché le ossa diventano fragili

In condizioni fisiologiche normali, il tessuto osseo usurato viene rimosso da cellule del tessuto osseo chiamate osteoclasti che erodono la matrice liberando i minerali in essa contenuti e viene sostituito dall’azione di cellule che prendono il nome di osteoblasti che, al contrario depongono nuova matrice, attraverso un processo che prende il nome di rimodellamento osseo. L’equilibrio tra rimozione e formazione di nuovo tessuto mantiene l’apparato scheletrico leggero, elastico e resistente. Nel corso degli anni, questo equilibrio tende a sbilanciarsi a favore di una maggiore maggiore attività di erosione perché le sostanze coinvolte in questo processo come le vitamine D e K e la capacità di utilizzare il calcio e altri minerali diminuiscono. Con gli anni, e a causa di un mancato stile di vita sano e in assenza di un esercizio fisico regolare, anche i muscoli tendono ad indebolirsi , in questo modo viene meno la stimolazione positiva sulle ossa e sulle articolazioni.

La fragilità ossea, quindi,  è determinata:

  • dalla perdita di spessore dell’osso corticale: per le donne del 10% entro 5 anni dalla menopausa e inseguito dell’1% all’anno, nell’uomo una lenta e costante diminuzione dello 0,2% all’anno
  • dall’ aumento della porosità dell’osso trabecolare: del 25% entro 5 anni dalla menopausa e in seguito dell’1% all’anno nella donna, una costante diminuzione dell’1% all’anno nell’uomo.

5. Come prevenire la fragilità ossea?

Prevenire la fragilità ossea è possibile (IOF). Per farlo è necessario che la prevenzione delle fratture da fragilità avvenga su due fronti:

  • Intercettando la condizione che predispone al rischio di fragilità ossea come l’osteoporosi: trattandosi di una condizione silente, di cui non si percepiscono sintomi o segnali finché non si verifica una frattura, è necessario prevenirla o ritardarne l’insorgenza
  • Prevenendo le fratture da fragilità una volta che l’osteoporosi è stata diagnosticata in soggetti con o senza fratture preesistenti

La prevenzione, in generale, si basa sulla modificazione dei fattori di rischio:

  • Alimentazione equilibrata: dieta ricca di calcio e vitamine, tra queste in particolare la vitamina D, è importante perché garantisce l’efficiente assorbimento intestinale del calcio da fonti alimentari e la cui carenza deriva soprattutto da un’insufficiente esposizione solare. Il fabbisogno giornaliero di calcio e vitamina dovrebbe essere 1000 mg al giorno tra 25-50 anni, 1000 mg al giorno in donne in postmenopausa in terapia ormonale sostitutiva o in uomini di età compresa tra i 50 e i 65 anni, 1200mg al giorno in donne in postmenopausa non in terapia ormonale sostitutiva e in uomini di età superiore a 65 anni. Tra gli alimenti che contengono questo nutriente ci sono: pesce, come il merluzzo, pesce grasso come il salmone selvatico, sardine e tonno, olio di fegato di alcuni pesci (es. merluzzo), tuorlo d’uovo, latticini.
  • Fare regolarmente attività fisica: allenarsi con costanza favorisce non solo il rinforzo delle ossa e dello scheletro, ma è essenziale per tonificare e sviluppare i muscoli e a mantenere un peso corretto.
  • Correggere fattori di rischio modificabili: fumo di sigaretta, abuso di alcool
  • Prestare massima attenzione ad evitare le cadute

Bibliografia

  • Osteoporosis: Fragility Fracture Risk: Osteoporosis: Assessing the Risk of Fragility Fracture. https://www.ncbi.nlm. nih.gov/books/NBK115326/
  • Rossini et al. Guidelines for the diagnosis, prevention and management of osteoporosis. Reumatismo, 2016; 68 (1): 1-39
  • World Health Organization. Global Health and Ageing. Available at: http://www.who.int/ageing/publications/global_health. pdf?ua=1. Accessed August 24, 2017.
  • World Health Organization. WHO Report on Ageing and Health: Background Paper on Musculoskeletal Health and the Impact of Musculoskeletal Disorders in the Elderly. Available at: http://bjdonline.org/wp-content/uploads/2016/08/MSK-Health-and-Ageing_Report-prepared-for-the-WHO-World-Report-on-Ageing-and-Health-10-July-2015.pdf
  • Report IOF. L’onere silenzioso delle fratture da fragilità per i singoli individui e i sistemi sanitari. https://www.iofbonehealth.org/broken-bones-broken-lives
  • Hernlund E, Svedbom A, Ivergard M, et al. Osteoporosis in the European Union: medical management, epidemiologyand economic burden. A report prepared in collaboration with the International Osteoporosis Foundation (IOF)and the European Federation of Pharmaceutical Industry Associations (EFPIA). Arch Osteoporos. 2013;8:136.
  • Come si cura l’osteoporosi? https://www.siommms.it/come-si-cura-losteoporosi/
  • International Osteoporosis Foundation. Stop at One: Make Your First Break Your Last. Available at: http://share.iofbonehealth. org/ WOD/2012/patient_brochure/WOD12-patient_brochure.pdf. Accessed August 24, 2017a